Pane, pallone e fatture: lo sport che dimentica la legalità

Pane, pallone e fatture: lo sport che dimentica la legalità

7 marzo 20265 min di lettura

Ci sono notizie che arrivano, bussano alla porta e poi, con altrettanta discrezione, svaniscono nel nulla. Eppure, a quanto ci risulta, da fonti autorevoli e ben inserite negli ambienti del calcio, già mesi fa alcuni gestori di certe pagine stampate erano stati messi al corrente di un episodio piuttosto curioso. Pare infatti che un influente facente funzioni della precedente società fallita della Turris avesse promesso centinaia di migliaia di euro di sponsorizzazioni nel caso in cui a Torre del Greco fosse approdato un certo imprenditore di cui si discute proprio in queste settimane.

Un dettaglio non proprio irrilevante, verrebbe da dire. Anche perché determinate forme di mecenatismo, se realmente disponibili in maniera così autenticamente generosa, avrebbero potuto rappresentare un sostegno prezioso per chi oggi prova a far ripartire il calcio torrese in maniera pulita: magari attraverso una donazione trasparente, o perché no, sostenendo un progetto di partecipazione popolare.

Eppure su questa vicenda non si riscontra un grande zelo investigativo. Strano, considerando quanto entusiasmo sia stato speso nel raccontare una sicura rottura totale con il passato, proclamata con una certa spavalderia. Forse l’argomento non meritava approfondimenti. O forse sì, ma qualcuno ha ritenuto più opportuno non disturbare la narrazione che si stava costruendo. L’importante è puntare ostinatamente sul cavallo che tolga davanti ai piedi “questa gente” antipatica, che racconta chiacchiere e favole.

Del resto, quando si parla di calcio, certe storie hanno la fastidiosa abitudine di restare fuori dal campo. Proprio lì dove comincia il nostro ragionamento.

Pane, pallone e fatture: lo sport che dimentica la legalità

Dietro il racconto romantico dello sport — soprattutto del calcio — da decenni si muove un sistema che troppo spesso assomiglia più a una lavatrice che a un campo da gioco.

Il meccanismo è noto a chi frequenta certi ambienti ed è semplice nella sua brutalità: io ti emetto una fattura di “sponsorizzazione”, tu mi fai un bonifico. Tutto regolare sulla carta. Poi, però, una parte consistente di quei soldi torna indietro in contanti. Tu scarichi fiscalmente il costo oppure vai a credito d’imposta, ottieni liquidità di cui altrimenti non potresti disporre (vallo a spiegare in banca un prelievo in contanti di decine di migliaia di euro) e magari paghi i tuoi fornitori in nero, lo straordinario dei tuoi dipendenti in nero e fai i fatti tuoi in nero. Io incasso un compenso che senza quell’operazione non avrei sicuramente visto, perché l’unica mia capacità è fare la lavatrice sportiva. Oppure se sono contemporaneamente gestore di una società sportiva ed imprenditore di un’azienda, determinati flussi di danaro li faccio veicolare sul conto della società sportiva piuttosto che su quello aziendale. Più è alta la categoria che si disputa, più sembrerebbe facilmente giustificabile alla Guardia di Finanza un determinato volume di affari. Tutti contenti, almeno in apparenza. Fino a che il pallone non scoppia… e prima o poi scoppia e noi lo sappiamo benissimo, vero?
Poi hai voglia di piangere e di gridare “Al Lupo, al lupo!”

In mezzo ci sono anche i mediatori, quelli che fanno girare il meccanismo e incassano provvigioni. Giri milionari, spesso invisibili ai tifosi che intanto guardano beati il pallone rotolare sul prato. Panem et circenses, direbbero i latini. Oggi potremmo aggiornare la formula: pane, pallone e fatture false.

Non è certo la scoperta dell’acqua calda. Le indagini della Guardia di Finanza sulle società sportive per fatture false si contano ormai a decine. L’ultimo focus investigativo sull’Imolese, come riportato anche dalla stampa locale e nazionale, conferma che il fenomeno è tutt’altro che marginale. Sanzioni, denunce, ingenti e larghe verifiche fiscali: segnali che raccontano un sistema diffuso, non qualche mela marcia isolata.

E quando si sale di livello, il gioco cambia forma ma non sostanza. Entrano in scena le plusvalenze fittizie, un’altra contabilità creativa che per anni ha gonfiato bilanci e salvato società sull’orlo del fallimento. Operazioni formalmente legali nella struttura, ma spesso costruite su valutazioni gonfiate e scambi incrociati di giocatori dal valore più immaginario che reale.

La storia del Chievo Verona, per esempio, resta una ferita aperta per molti tifosi. Il “Chievo dei miracoli”, la favola sportiva del quartiere veronese arrivato in Serie A, il 4-4-2 di Luigi Delneri che incantava l’Italia. Una narrazione romantica che col tempo ha dovuto fare i conti con bilanci truccati, operazioni contestate e condanne penali.

E alla fine sono stati proprio i tifosi a pagare il prezzo più alto. L’immagine più potente non è una partita, ma quella di Sergio Pellissier fuori dalla sede dell’asta per il logo del Chievoverona, abbracciato dai sostenitori dopo aver riottenuto con fatica l’essenza della propria anima. Un capitano costretto a salvare l’identità della propria squadra proprio da chi, prima, l’aveva portata al campo santo e non voleva mollarla a nessun costo, architettando i soliti giri di prestanomi.

Sono storie che non fanno audience quanto un derby o una finale, quanto una promozione in serie C. Sono scomode, antipatiche, spesso liquidate come polemiche di chi “fa chiacchiere”. Chi le solleva viene dipinto come un guastafeste, uno che mette i bastoni tra le ruote al più grande spettacolo dopo il Big Bang.

Eppure proprio lì, in quelle domande fastidiose, vive l’unica possibilità di cambiare davvero le cose.

Perché lo sport non è solo intrattenimento. È anche economia, fiscalità, responsabilità verso i tifosi. Ogni fattura falsa, ogni giro di contanti, ogni manipolatore segreto (ma neanche troppo ormai) che vuole arrivare a tutti i costi a muovere i fili della baracca, ogni bilancio truccato non è solo un reato potenziale: è un pezzo di fiducia pubblica che si sgretola.

Siamo antipatici a molti, perché sembriamo sognatori di un mondo che non esiste. “Questa gente” che deve essere tolta davanti alle scatole il prima possibile.
Ma c’è una differenza bella grossa tra chi sogna e chi chiude volutamente gli occhi.

Noi, semplicemente, non vogliamo più chiuderli e continuiamo a sognare ad occhi aperti. E con i piedi per terra.

GALLERIA

1 foto
Pane, pallone e fatture: lo sport che dimentica la legalità - Foto 1