Buonasera a tutti.
Quello che sto per dire non è facile da raccontare,
ma è una parte di me che oggi voglio condividere.
Per me la Turris non è mai stata solo una squadra:
è stata un profumo, un colore, una luce.
Era l’eco dei tamburi che mi saliva addosso,
era il vento sul viso quando entravo allo stadio,
era la mia domenica, la mia casa, il mio respiro.
Poi è arrivato il silenzio.
Un silenzio strano, pesante, quasi innaturale.
La Turris ha cominciato prima a traballare,
a perdere colpi, a scendere piano piano…
e poi a cadere, come qualcosa che nessuno voleva più sorreggere.
Fino a spegnersi del tutto,
o meglio… fino a quando l'hanno fatta spegnere,
come se si soffia su una fiamma che ancora avrebbe potuto bruciare.
Io guardavo tutto da fuori, impotente,
come si guarda una stella che si affievolisce nel cielo
sapendo che non puoi raggiungerla,
non puoi salvarla.
E intanto su di me scivolava una malinconia sottile ma ostinata,
una tristezza silenziosa,
che non gridava …
ma toglieva colore a tutto.
A volte, lo ammetto, ho creduto anch’io a chi diceva che era finita.
Mi sono lasciata sfiorare da quel pensiero amaro,
come se un vento freddo avesse soffiato sulle mie speranze.
Poi è successo qualcosa.
Qualcosa di strano, di semplice, di misterioso.
Ho fatto un sogno.
E questa sera voglio raccontarvelo, proprio come l’ho vissuto io.
È mattina, non so di quale giorno o di quale anno.
La stanza è piena di una luce morbida, chiara,
quella luce che ti fa credere che qualcosa di buono stia per accadere.
Prendo il telefono e lui quasi mi scoppia in mano:
decine di notifiche, audio, chiamate,
persone che mi cercano, che mi vogliono lì.
“Bianca, dove sei?”
“Oggi, proprio oggi, non puoi mancare.”
“Si gioca la prima!”
Mi cade il fiato.
Io?
Io, che per anni avevo vissuto con il cuore biancorosso in mano,
me ne ero addirittura dimenticata. Com’è possibile?!
E sento addosso un misto di colpa e stupore,
come se una parte di me si fosse assopita sotto le delusioni,
sotto i discorsi negativi,
sotto la paura di sperare ancora.
Ma qualcosa si accende.
Una scintilla.
Un ritorno.
Mi vesto di fretta,
esco di casa quasi senza sentire i piedi per terra
e imbocco viale Ungheria.
Quella strada è diversa:
il sole filtra tra i palazzi come fosse una benedizione,
l’aria profuma di pane, di mare, di attesa.
Il cuore mi batte forte, ma non capisco se per la fatica
o perché sta tornando a essere vivo.
Cammino – no, corro – e incontro sguardi pieni di stupore:
occhi lucidi, sorrisi increduli.
E poi le sciarpe biancorosse,
che spuntano alle finestre,
dalle auto,
le vedo sulle spalle della gente.
Sono come bandiere di un popolo che si rialza.
Quando arrivo allo stadio, nel mio sogno,
il Liguori mi appare come un vecchio amico:
i muri sempre gli stessi,
le gradinate un po’ consumate,
ma tutto illuminato da un’energia nuova.
È lui… e non è lui.
Non ci sono più barriere,
non ci sono settori che dividono,
non ci sono posti per pochi e posti per tutti gli altri.
Lo stadio è rosso, unico, immenso.
Una macchia viva, compatta,
come un cuore che ha ricominciato a battere.
E lì capisco:
in quel sogno la Turris è tornata perché è di tutti.
Vedo il negoziante con la sciarpa al collo,
il meccanico che sventola la bandiera,
l’elettricista che canta come un bambino.
E ci sono anch’io.
Tutti presidenti, tutti necessari,
tutti parte di un progetto che sembrava pazzo
e invece … era possibile.
La partita comincia.
Anche l’erba è più verde,
il cielo più alto,
le maglie rosse più brillanti.
Ogni passaggio è un brivido,
ogni corsa un battito.
E finalmente respiro.
Respiro davvero,
come non facevo da troppo tempo.
La partita finisce.
Ed io, non ricordo il risultato.
Non so se abbiamo vinto o perso.
Ma ricordo i sorrisi larghi,
gli abbracci sinceri,
gli occhi di chi un tempo si guardava con diffidenza
e ora si ritrova fratello.
Ricordo la sensazione di essere tornata a casa.
A casa mia.
A casa nostra.
Poi mi sveglio.
Il sogno svanisce,
ma il suo calore resta,
come un fuoco lento che non si spegne.
E capisco che dentro di me,
nonostante tutto,
l’amore per la Turris non è mai morto.
Ha solo aspettato il momento giusto per riemergere.
E allora oggi sono qui per dirlo:
non smettiamo di sognare,
perché i sogni – quando sono condivisi –
possono diventare realtà.
E io voglio crederci.
Noi dobbiamo crederci.
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